Ieri su friendfeed è nata una lunga, accesa e, a mio avviso, interessante discussione su cosa (e perchè) viene percepito come spam da una utenza esperta come quella di un social network. Ma non tanto di questo voglio parlare, quanto della percezione a magine del dibattito sulle professioni legate al marketing.
E' un luogo comune, che ha per inciso le sue giuste motivazioni, pensare al marketing e alla vendita come qualcosa di diabolico, professioni legate a messaggi subliminari, a manipolazioni delle personalità.
'sti esperti di marketing credono di essere tanto furbi...
E nulla conta che mai, sottolineo mai, dalla mia voce (o meglio dai miei scritti) sia uscita una parola a favore di quel tipo di vecchie impostazioni. Anzi al di fuori dei socialcosi vengo invitata come visionaria, spesso come outsider, a volte - chissà - come la testimone di una minoranza di poveri illusi, quelli che pensano di rivoluzionare il marketing, quelli che pensano che al centro devono essere poste le persone, quelli che insegnano alle aziende l'importanza della conversazione.
Ma quello che mi lascia sempre perplessa (ed è tipico solo dell'Italia, forse anche di qualche paese europeo) è l'idea - percepita non solo in questa specifica situazione - che l'attività di vendita sia declassante.
Io a volte rispondo provocatoriamente che tutti "vendiamo qualcosa", non foss'altro che un'idea, una proposta, la nostra professionalità. Le persone spesso si risentono a questa affermazione. Ma io do alla vendita un concetto alto, legato al credere in ciò che si fa o che si promuove, legato alla passione, a prescindere dallo scambio monetario sottostante.
Così mi è venuta voglia di parlare della mia precedente vita lavorativa, un'attività di vendita in Johnson & Johnson, una grande esperienza e una grande palestra. Anch'io ero snob inizialmente, retaggio culturale anche universitario. Poi ho capito che mi ha dato concretezza, capacità di lavorare per obiettivi, senso di responsabilità, ha affinato le mie doti di ascolto e, vi assicuro, di creatività.
La questione, secondo me, non è cosa si fa ma come la si fa. Questo si che non è un piccolo particolare.
