Questo è un post difficile. Una sorta di brainstorming personale che diventa pubblico, basato su un'intuizione, un'associazione di idee come succede un po' a tutti. Ma condividerlo è un'altra cosa, mi ci vuole un po' di coraggio.
E poi quest'associazione è un po' azzardata, tra argomenti molti distanti tra loro, e su uno di questi non sono nemmeno molto esperta. Ma è un po' di giorni che ci penso e mi son detta che in fondo scriverlo poteva solo creare conversazione e aiutarmi magari a sviluppare o ad abbandonare questo pensiero.
La parola chiave che ha portato all'associazione è ESPERIENZA.
Esperienza è una parola chiave nel web 2.0, nel turismo 2.0. Cito solo un passaggio esplicativo di cui nemmeno metto il link perchè credo ormai consolidato per chi legge questo blog. Mi serve solo per ricostruire il percorso.
David Weinberger, co-autore del Cluetrain Manifesto e dell’ormai celebre assunto “i mercati sono conversazioni”, afferma che nell’era del web 2.0 non esiste più un confine preciso tra chi produce e chi subisce i contenuti, per cui i tradizionali concetti di autorità e di controllo vengono stravolti: tutto diventa indefinito.
Il passaggio dal concetto di brand awareness, uno degli obiettivi cardine del marketing classico, a quello di brand engagement , finalità del marketing 2.0, passa necessariamente attraverso l’esperienza diretta (o indiretta) della marca e la sua reputazione. Oggi proprio la reputazione costituisce il vero valore per un’azienda. E solo capendo ciò un’azienda abbandonerà la vecchia impostazione “sito-centrica” della sua presenza online per iniziare ad essere presente nei luoghi in cui le persone, online, conversano.
E non è un caso che domani parteciperò ad un convegno dal titolo, appunto, Turismo come Esperienza.
Nel turismo 2.0 tutto è basato sull'esperienza, propria o altrui: le recensioni su TripAdvisor o su altri portali di booking che orientano la esperienze future, potenziali di altri viaggiatori, i video post vacanze che riempiono Youtube,...
E il primo tassello è a posto.
Secondo tassello. L'altro giorno iniziando il libro Il corpo delle donne, proprio nelle prime pagine Lorella Zanardo scrive:
Partire dall'esperienza è un approccio tipicamente femminile (...). Per anni ho lottato cercando di adeguarmi a modi di pensare "al maschile", diversi dal mio: non peggiori, dunque, né migliori; semplicemente "altro da me". Strutture di pensiero logiche che partono spesso da una forma astratta, che utilizzano la terza persona, che sottomettono la forma esperienziale ritenuta inferiore a quella astratta, teorica. (...)
Ogni tanto dopo aver presentato analisi, studi, tabelle, piani e tesi a sostegno di un determinato concetto, mi sfuggivano degli "e inoltre mi pare, credo che, sento, ho sprerimentato...", subito stroncati da un secco "Ma qui ci basiamo sui dati, sui fatti, non su impressioni".
Mi è sempre piaciuto come procedono i missionari, che raccontano ciò che hanno udito, visto e, soprattutto, ciò di cui hanno fatto esperienza. E questo è anche il modo delle donne: sottende una pratica del sentire profonda, che non coinvolge quindi solo l'esperienza esteriore e che diventa indispensabile per una reale comprensione del mondo.
Leggo queste parole e qualcosa scatta nella mia mente, l'associazione tra i due tasselli è immediata. Poi la lascio depositare, penso di essere fuorviata, condizionata dalle letture del periodo.
Ma niente, più passa il tempo e più la cosa mi convince, la sento mia.
Allora cerco altre cose lette tempo fa che, a vago ricordo, potevano aiutarmi ad approfondire quest'idea embrionale. Ritrovo un' intervista di Luce Irigaray:
Per secoli abbiamo vissuto in una cultura a soggetto unico, e, non a due soggetti. A questo soggetto unico corrispondono oggetti e costruzioni logiche che privilegiano la logica dell'"identità" e del "medesimo". Passare all'epoca della differenza significa passare a un soggetto doppio. Ed entrare in una cultura coerente con questa duplicità di fondo.
Lavoro da anni sul linguaggio. Con campionature eseguite su lingue e culture diverse. Quel che emerge è che uomini e donne non parlano affatto allo stesso modo. Se chiedo a ragazzi e ragazze di comporre frasi per esprimere relazioni, usando 'io/tu", "condividere", "amare", "lei/lui", viene fuori una reale diversità tra i sessi. I ragazzi privilegiano il rapporto soggetto-oggetto, l'uno-molteplice, la relazione con lo stesso o il medesimo. E poi la verticalità, cioè la genealogia e la gerarchia. Le ragazze privilegiano invece la relazione tra soggetti. La relazione a due, la relazione nella differenza, e orizzontale ... ".
Son stata già sufficientemente lunga, ma le citazioni erano necessarie, non potevo ridurle.
Io non sono esperta di pensiero femminile, di questi discorsi di "genere". Se non per il fatto che quando ne leggo mi ci ritrovo completamente. Magari qualcuno obietterà e argomenterà con citazioni di persone e pensieri a me ignoti. Chiedo scusa in anticipo. Come ho detto non è il mio campo.
Ora però il quadro del mio pensiero è chiaro. Condividere, relazione, soggettività, entropia, orizzontalità...tutte parole usate spesso per descrivere la rete e il web 2.0 in particolare.
Conclusione (provvisoria): vuoi vedere che la rivoluzione portata da Iternet segna anche lo spartiacque tra un pensiero a modello maschile ad un pensiero a modello femminile?
(magari qualcuno ne ha già scritto, io ho cercato ma non ho trovato nulla di simile)
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