Dopo l'assegnazione del Nobel per la Pace si è scatenata in rete una vasta discussione sulla canditura di Internet lanciata e portata avanti da Wired Italia e sulle sue motivazioni sottostanti.
Dalla discussione si è scivolati spesso (non sempre, per fortuna) nella polemica fino allo scherno. E dalla notizia ci si è addentrati sempre più in disquisizioni di marketing nelle quali mi sono sentita coinvolta come persona che, professionalmente, di queste cose in parte si occupa.
Sarebbe lungo approfondire i numerosi spunti di riflessione che questi commenti mi hanno suggerito. Io sono una che di certe cose scrive lentamente e con grande ponderazione. Non è un merito, anzi. E' semplicemente il mio modo di essere.
Ma qualcosa vorrei cominciarla a dire. E vorrei dire che mi hanno stupito tante certezze su una disciplina tanto complessa quanto in evoluzione.
L'assenza di dubbi mi lascia sempre perplessa, ma ancor di più quando proviene da persone non competenti (nel senso che la materia non gli compete).
E l'assunto da cui molte critiche partono è marketing = pubblicità. Non esplicitato ma chiaramente intuibile dai ragionamenti. Non c'è nulla di più obsoleto, un luogo comune che ha sicuramente delle ragioni ma che appartiene alla generazione dei miei genitori.
E allora, per ricondurmi a toni che più mi appartengono, cito proprio in questo contesto, un saggio del mio amato professore e maestro - Gianni Cozzi - uomo di rara cultura e dal garbo riconosciuto.
In questo articolo (Mercati e Competitività n°4 - 2009) affronta il tema della reputazione del marketing.
A mio avviso, per cercare di contrastare efficacemente la corrente di opinione qui considerata, è necessaria, da parte di chi cerca correttamente di fare marketing senza vergognarsene, una riflessione più pacata, non priva anche di alcuni spunti autocritici.
Buona lettura.
Dimenticavo: quando stamane gli ho raccontato del dibattito sulla candidatura a Internet premio Nobel per la Pace (con dovizia di particolari) ha trovato l'idea davvero bella.
