Al WHR Seminar di Roma ho avuto il piacere di tenere il mio speech in una sala gremita. L’argomento assegnatomi era “brand reputation e social network: come cambia il marketing turistico”.
Le slide le riporto sotto. Lidia Marongiu ha sintetizzato perfettamente i temi trattati e i dati (forse troppi, ammetto, ma di una lezione si è trattato) via via snocciolati durante i 75 minuti previsti.
Esistono ormai in Italia molti eventi formativi (a pagamento e non) legati al tema web e turismo rivolti agli albergatori o più in generale agli operatori turistici privati. Generalmente questi incontri hanno un buon successo di pubblico, segno di interesse per l’argomento, segno tangibile di una volontà - forse minoritaria ma crescente – di formazione e capacità di mettersi in discussione.
Il settore è mediamente molto indietro, lo si è detto più volte e spesso l’ho ribadito anch’io.
Tuttavia ogni volta, mentre preparo il materiale o mentre parlo, mi scontro con un pensiero dettato semplicemente dal buon senso: dov’è l’ente pubblico?
Un turista (tranne rarissime eccezioni) prima sceglie una destinazione, poi la struttura ricettiva.
Ma cosa fanno, quindi, le destinazioni? Chi governa questi processi di cambiamento? Qual è la strategia turistica a medio-lungo termine dei territori? E come si integra il turismo con le politiche infrastrutturali, quelle ambientali, quelle legate alla sostenibilità?
Si perché i singoli molto possono fare, molto possono e devono mutare il loro approccio al mercato, possono e devono affrontare l’esaurirsi, almeno parziale, di una rendita di posizione (legata ad un eccesso di domanda sull’offerta) che in tantissimi luoghi italiani ha impedito negli anni agli imprenditori di conoscere il vero significato del termine “concorrenza”.
Ma detto ciò risulta chiaro, anzi logico, che nulla il singolo può fare quando una meta turistica non si vende. Nulla potrà l’albergatore napoletano rispetto al problema spazzatura che sicuramente non attrae turisti così come nulla o quasi può il sistema turistico ricettivo ligure contro le code chilometriche sulle autostrade (solo per fare alcuni esempi).
E allora vengo presa da sconforto nell’assistere alla progressiva perdita di competitività della nostra offerta che continua a non avere una governance degna di tale nome. I centri decisionali in materia turistica negli ultimi anni si sono moltiplicati (sono 13.000 !) e delocalizzati; la burocrazia rallenta – quando non impedisce – il difficile processo di innovazione e sembra giustificare se stessa invece che l’obiettivo cui dovrebbe essere rivolta con un ribaltamento delle priorità che lascia esterefatti; l’assenza di una strategia complessiva del settore mortifica le nostre risorse (vedi Pompei).
Esiste la necessità e l’urgenza di un radicale cambio di rotta nella politica turistica. Da più fronti invocato ma ad oggi ancora tristemente disatteso.
Senza un indispensabile e profondo cambiamento a livello macro (di cui nessuna traccia concreta si scorge) queste pur belle iniziative formative rimangono solo strumenti per continuare a navigare a vista.
