Airbnb è stato il fenomeno turistico dell'anno: qui una infografica che dimostra la crescita vertiginosa. Ne abbiamo parlato, in anticipo su altri, all'evento BTO nel novembre 2010 (vedi presentazione del gruppo WTM da cui ho tratto l'immagine sotto). Per i numeri, per il significato, per la novità che rappresenta, ho chiesto a Lidia Marongiu e Arturo Salerno di scrivere uno dei contributi del libro Viaggi in Rete proprio sul tema dei turismo partecipativo.
Da alcuni giorni, però, è scoppiato "il caso airbnb" per via di un problema di vandalismo ma, soprattutto, per la reazione scomposta e mal concertata del management nel gestire il buzz che ne è derivato. Ne hanno parlato in molti: media generalisti e i grandi opinion leader italiani e stranieri tra cui Robert Scoble che su Google+ avevo intercettato e condiviso già domenica scorsa. Da fenomeno positivo e decantato a case history negativa in pochi giorni.
Giustamente afferma De Biase:
i servizi che contano su internet per gestire un mercato nascente o disintermediare un mercato esistente nel quale si accosta la circolazione dell'informazione digitale con un'attività fisica nel territorio (logistica, consegne, incontri personali, ospitalità, car sharing) hanno bisogno di un sistema di sicurezze e controlli superiore. Non possono contare solo sulla riduzione dei costi di transazione che si ottiene con internet. Devono aggiungere costi di controllo, investire in qualità, non puntare sui legali ma sui collaboratori perché facciano bene il loro lavoro: non sarà vincere una causa che salverà la fiducia nel business della Airbnb.
Noi del turismo lo sappiamo bene. Annosa, ad esempio, è la questione dell'affidabilità delle recensioni di TripAdvisor o di altri siti similari. Il principio, pur nelle grandi differenze degli specifici casi, rimane quello.
Oggi ho ricevuto la newsletter dal titolo Our Commitment to Trust and Safety che viene riportata anche sul blog. In sintesi vengano annunciati tutti quei rimedi e quelle garanzie che, concretamente, rispondono alla falla che si è pesantamente evidenziata nei giorni scorsi.
Airbnb Guarantee
- Starting August 15th, when hosts book reservations through Airbnb their personal property will be covered for loss or damage due to vandalism or theft caused by an Airbnb guest up to $50,000 with our Airbnb Guarantee. Terms will apply to the program and may vary (e.g. by country). This program will also apply retroactively to any hosts who may have reported such property damage prior to August 1, 2011.
- 24-Hour Customer Hotline
Beginning next week, we will have operators and customer support staff ready to provide around the clock phone and email support for anything big or small.
- 2x Customer Support Team
Since last month we have more than doubled our Customer Support team from forty-two to eighty-eight people, and will be bringing on a 10-year veteran from eBay as our Director of Customer Support next week.
- Dedicated Trust & Safety Department
- Contact the CEO
If you can’t get a hold of anyone or if you just want to contact me, email brian.chesky@airbnb.com.
Diffido dei troppo rapidi entusiami quanto delle repentine demonizzazioni. Il problema esiste e nessuno lo nega. E' un problema oggettivo di sicurezza cui si è sovrapposto un problema di cattiva comunicazione. Ma in questa sede mi premeva riportare l'attenzione sul fenomeno più generale e sulle sue motivazioni sottostanti che, neppure la crisi, a mio parere, ha moficato. Prendo a prestito proprio le parole di Lidia e Arturo dall'incipit del loro capitolo:
C’è un modo di “consumare” esperienze di viaggio che si sta imponendo nello scenario del turismo. Si tratta di quello che potremmo definire turismo partecipativo cioè basato sulla condivisione e lo scambio di un valore che a volte, e solo in parte, è di tipo economico. E’ il caso ad esempio del couch surfing che permette di viaggiare in tutto il mondo passando da un divano (di uno sconosciuto) ad un altro, oppure di affittare una stanza o un extra space di una persona che non conosciamo dall’altra parte del mondo.
Ma cosa è accaduto per portare alla nascita di un fenomeno di questo tipo? Forse tutti gli alberghi del mondo sono andati in over booking e chi viaggia è costretto a farsi ospitare a casa di sconosciuti? Oppure le persone non sono più disposte a pagare in denaro contante o a spendere per fare un viaggio? Niente di tutto questo. E’ invece accaduto che grazie alla tecnologia e alle reti sociali del web si sono via via sviluppate una nuova cultura e una nuova economia basate su tre principi fondamentali: condivisione, collaborazione e scambio. (...) E’ solo attraverso la comprensione di questo complesso sistema valoriale che è possibile interpretare il fenomeno del turismo “no cost” in cui le persone scelgono di usare una piattaforma web per prenotare un divano, una casa, un passaggio in macchina di uno sconosciuto con il quale sono disposti e interessati a scambiare amicizia, cultura, conoscenza. Chi viaggia in questo modo non lo fa quindi (solo) per risparmiare. Di sicuro la motivazione economica non è la sola o la principale leva che spinge a viaggiare da un divano all’altro o a lavorare in cambio di vitto e alloggio. Alla base di questo modello di turismo c’è invece il recupero di valori di una generazione che guarda al viaggio come esperienza del sé, come incontro di culture e non solo come occasione di relax, divertimento o distrazione. Guardare al turismo partecipativo come possibile minaccia per il turismo tradizionalmente inteso ha poco senso. Come ha poco senso pensare che questi modelli di viaggio siano da abolire perché eludono il fisco e si sviluppano in un sistema di scarso controllo della sicurezza. Ha invece senso stare in ascolto delle persone per capire come si evolveranno le loro esigenze in futuro. Le loro e quelle dei loro figli che probabilmente riterranno “uno spreco” pagare l’albergo per due settimane di vacanza a Londra se possono ottenere la stessa cosa trovando in rete qualcuno disposto a fare scambio di casa o essere pagato per la sua ospitalità con lezioni di italiano.
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