Nel libro "Viaggi in Rete" (2011, FrancoAngeli) ho sviluppato l'idea di applicare la Finestra di Johari nel turismo. Intuizione che, devo dire, ha riscontrato grande successo. Inserendo come soggetto la struttura ricettiva, il ristorante o una destinazione turistica, la trasposizione risulta perfetta per spiegare i principali problemi che sta attraversando il settore nell'era del web:
- la mancanza o incapacità di ascolto di quanto si dice di noi in rete: il difficile rapporto del ricettivo e del mondo della ristorazione con le recensioni ne è la rappresentazione;
- le difficoltà nel raccontarsi in modo rilevante e pertinente, non autoreferenziale e usando la corretta grammatica digitale che ogni luogo social pretende.
Ne ho parlato e scritto spesso per cui rimando ai precedenti post: spiegazione dell'idea, il panel durante BTO 2011 con case history positive, l'utilizzo della matrice come strumento per capire il caso TripAdvisor scoppiato la scorsa estate.
In questi giorni ho scoperto (via Fabio Curzi che ringrazio per la segnalazione) che una professoressa ungherese, Márta Jusztin, ha pubblicato un paper dal titolo Creativity in the JoHari window: An alternative model for creating tourism programmes.
La finestra di Johari, in questo caso, è applicata in modo molto diverso. Al centro è stata messa la creatività e i parametri sono diventati passività e attività, in una matrice che sintetizza il rapporto tra turisti ed ente erogatore del servizio turistico. La ricerca prende in considerazione due casi: musei e festival.
Ho trovato le conclusioni molto interessanti e ricche di stimoli per il mio lavoro. Non trattano di internet direttamente ma alcune indicazioni possono risultare utili per pianificare una comunicazione sul web.
Ma la cosa che volevo evidenziare con questo post è il fatto curioso, e per me affascinante, per cui due persone (due donne, ci sarà un motivo?) hanno avuto intuizioni analoghe con percorsi autonomi. E ritengo si rafforzino reciprocamente.
