
Il bel post di Giancarlo Dall'Ara sul blog di Invasioni Digitali, fa tornare alla mente lo storico motto del maggio francese Il est interdit d'interdire, vietato vietare. Nessun paragone verso la protesta, nessuna intenzione di disconoscere gli sforzi per preservare i nostri tesori, nessuna intenzione di oppormi dogmaticamente al divieto. Ma è chiaro che una comunicazione in loco fatta prevalentemente di divieti rimanda ad un modello di fruizione vecchio e non partecipato. Una comunicazione basata sul binomio proibizione-concessione restituisce un messaggio non verbale forte, di estraneità, di divisione netta di ruoli tra chi gestisce o preserva e chi visita.
Non toccare,
Non fare fotografie,
Non parlare,
Non entrare col passeggino,
Non sedersi,
Non portare l’ombrello,
Non entrare con lo zainetto...
Sulla possibilità, anzi opportunità, di scattare foto, spesso mi sono espressa. Anche contro il guru del marketing Philip Kotler che, nel 2008, vietava di ritrarlo ad un convegno. Non so dire se ora abbia cambiato politica, me lo auguro.
Ma torniamo ai musei e ai luoghi d'arte. Prendo a prestito le parole di Alessandra Farabegoli che spiega benissimo quanto questo divieto sia non soltanto obsoleto, soprattutto poco lungimirante.
Resto sempre basita quando, viaggiando, mi imbatto in un divieto di fotografare.
Gran parte di noi viaggia con una macchina fotografica digitale e/o con un cellulare in grado di scattare foto: una parte consistente di queste immagini sono destinate a essere condivise con gli amici e, spesso, con gli sconosciuti, taggate col nome del posto in cui le abbiamo scattate.
Spesso sono foto tecnicamente imperfette, ma quasi sempre portano con sé un racconto, attaccato a un nome e a una faccia: sono cartoline che mandiamo ai nostri amici e in CC al mondo intero per parlare di un luogo che ci ha colpiti.
Ma i gestori di quel luogo, invece di ringraziarci, provano a impedirci di far loro una pubblicità gratuita e doppiamente efficace, perché arriva da un testimonial autentico!
Nel libro Viaggi in Rete è stata Simona Caraceni ad affrontare questo tema nel capitolo "Musei: chi ha paura del Web 2.0?". Tutto da leggere, anzi da rileggere, alla luce di quanto sta avvenendo con le imminenti Invasioni Digitali. Il tentativo di indicare una strada diametralmente opposta, per segnalare nuovi modelli di gestione museale che, peraltro, già esistono e stanno avendo grande successo (vedi Brooklyn Museum di New York).
Bisogna partire da un presupposto imprescindibile per la promozione di un
museo attraverso il network: lasciare il timone. L’istituzione museale deve varcare la soglia del controllo su tutto quello che può nascere da un confronto sul
Web con il pubblico, anche con gli strumenti propri del Web 2.0. Questo può
sembrare molto difficile, soprattutto da parte di alcune direzioni di musei ancorate al concetto del possesso del bene culturale, anche se questo è un possesso
inesistente, in quanto il bene è della collettività. Ma questo postulato è veramente l’unico presupposto per iniziare una nuova era nella vita del museo, ed un corretto utilizzo degli strumenti del Web 2.0. Luca Melchionna, direttore
della comunicazione sui nuovi media al MART di Rovereto, constata giustamente che oggi, se si ricerca in Rete un museo italiano, si trovano numerosissime foto scattate dai visitatori, e dobbiamo prendere atto che i visitatori si
scambiano foto
fatte tranquillamente all’interno dei musei con telefonini o fotocamere digitali
(perché questo succede anche nelle migliori famiglie, nonostante i divieti).
Diventa necessario rivedere le proprie strategie di comunicazione realizzando che esistono nuovi canali di comunicazione, e che essi non sono unidirezionali. Trovare in Rete foto del proprio museo indica il fatto che se ne
parla, e ciò ha grande valore in termini di promozione museale attraverso le
nuove tecnologie. E presuppone certamente un lasciarsi andare su questioni
di diritti e di immagine del museo.
(foto di empanada_paris su Flickr)
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