Duecentocinquanta eventi spontanei sono tanti. Non basta la rete degli organizzatori – Fabrizio Todisco, la Rete di travel blogger italiani di #iofacciorete, Officina turistica, Instagramers italia e l’Associazione nazionale piccoli musei – a giustificare un entusiasmo che ha contagiato ogni regione d’Italia. InvasioniDigitali, forse senza nemmeno esserne pienamente consapevole, ha fatto qualcosa in più: ha dato voce e speranza a chi pensa, e siamo in molti, che di cultura e di turismo questa nostra Italia potrebbe fare la sua principale ricchezza.
Questa la conclusione del mio articolo su CheFuturo di qualche giorno fa. E mentre lo scrivevo mi è tornato in mente un vecchio proverbio: "chi sa fa, chi non sa insegna" (o scrive). Sì perché alcuni mesi prima, mentre scrivevo il mio contributo al libro Turismo e Reput'azione, ho messo nero su bianco un qualcosa di cui Invasioni Digitali è, in qualche modo, la rappresentazione pratica.
Stiamo assistendo ad una evoluzione verso forme di turismo in cui le persone sono progressivamente più attive. Da semplici viaggiatori le persone evolvono in viaggiattori, riguadagnando – grazie al web e alle mole enorme d’informazioni consultabili – un protagonismo di cui il turismo di massa li aveva spogliati, e ulteriormente in viaggiautori, occupando quello spazio digitale che la connessione in mobilità ha dilatato. La produzione spontanea di contenuti geolocalizzati popola le mappe di bit e pixel sotto il peso dei quali si arriva alla progressiva, ma completa, sovrapposizione dei territori tangibili con quelli digitali ma regalando all’utente, passivo o attivo che sia, una visuale tanto inedita quanto calda. Un pulsare di contenuti rispetto ai quali possiamo scegliere di porci nella condizione di ascolto o di produzione diretta. Ma ciò che importa è il cambio di piano narrativo. Un cambiamento progressivo ma irreversibile.
Invasioni Digitali ha saputo cogliere tutto questo e trasformarlo in azione concreta, innescando un processo che pensa al turismo ma partendo dai residenti, da chi quei luoghi li abita.
A chi interessano i numeri segnalo che Mafe de Baggis ha raccolto tutti i tweet di Invasioni Digitali (vedi sotto una rappresentazione sintetica ma esiste anche il file completo e un pdf riassuntivo) mentre, grazie a Fabio Lalli e Followgram, possiamo raccontare di 7345 foto con 65725 like.
Ma oltre i dati mi piace sottolineare quanto Mafe segnala nel link sottostante alla parola intelligenza collettiva, una bellissima intervista a Pierre Levy
Ciò che più va sprecato, che è meno valorizzato, che è meno preso in considerazione, è forse proprio ciò che è più importante e cioè i valori e le qualità propriamente umane, le qualità degli esseri umani viventi, ed in particolare le loro competenze. Credo che abbiamo oggi i mezzi tecnici per valorizzare e non sprecare queste ricchezze umane. (...) L'etica dell'intelligenza collettiva consiste appunto nel riconoscere alle persone l'insieme delle loro qualità umane e fare in modo che essi possano condividerle con altri per farne beneficiare la comunità. Quindi mette l'individuo al servizio della comunità - ma per fare questo bisogna permettere all'individuo di esprimersi completamente - e al tempo stesso la comunità al servizio dell'individuo - poiché ogni individuo può fare appello alle risorse intellettuali e all'insieme delle qualità umane della comunità. A grandi linee è questa la prospettiva dell'intelligenza collettiva.
Il futuro è qui, è ora (gran bell'articolo di Tafter). Credo questa sia la chiave di lettura di quanto accaduto e da qui partirò per un successivo post sulla mia personale invasione alla Fortezza del Priamar a Savona.

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