Con questo articolo sabato scorso ho inaugurato la collaborazione con Pionero, un progetto editoriale di Maggioli Editore, la casa editrice con la quale, insieme ad un gruppo di amici, pubblicheremo a breve il libro Reput'Azione già presentato in anteprima a BTO.
Sono giorni in cui la battaglia sulle immagini - sulla loro visibilità e possibililità di condivisione che ne decreta il successo o diffusione - si è fatta molto dura.
Vorrei però fare un passo indietro e, grazie alle riflessioni di Fabio Fornasari, riportare l'attenzione sul significato che hanno assunto le immagini oggi.
Non sono semplicemente fotografie. Sono immagini in quanto contengono qualcosa di più della semplice descrizione. Richiamano, o meglio suggeriscono uno straniamento rispetto alla semplice descrizione della realtà, come una sottile sofferenza che rende la fotografia una immagine personale,emotiva, talvolta nostalgica, e l’allontana dalla più semplice fotografia di reportage, di registrazione della realtà. E mentre le si guarda si fondono con i testi che le accompagnano e le precedono, in un unico flusso. A titolo di esempio: parlo delle immagini di Instagram. Sono foto che ci mostrano spesso le cose alle quali siamo attaccati, velate da una patina che allo stesso tempo è narrativa ed emotiva: le rende, per chi le produce, personali e per chi le legge capaci di trasmettere dei racconti, spesse volte emozionanti. Per intenderci: non esiste una fotografia semplicemente descrittiva in quanto ogni scatto è comunque un atto legato alla volontà del fotografo che comunque interpreta attraverso il proprio sguardo e quindi sceglie. Ma nel momento si fotografa con un software - una app - le cose cambiano. Una più larga parte di quello sguardo è fuori di noi.
E ancora:
L’atto creativo è stato spostato dal momento dell’azione al momento della elaborazione. E’ il continuo gioco delle riletture, rieditazioni, citazioni di duchampiana memoria. Instagram fa tutto questo per noi: rielabora la nostra visione proponendoci di prendere una ultima decisione, un’ultima scelta dei filtri possibili che restituiscono un sapore anacronistico, analogico, astorico all’immagine. Permette di dare una impronta alla visione della propria quotidianità, al flusso delle cose che vedo/registro/condivido intorno a me. Non cerco una verità imitativa ma voglio comunicare a tutti uno stato d’animo non alfabetico, visivo. Istagram permette di generare quello straniamento che è proprio del processo artistico.
Legare questi cambiamenti al mondo del turismo è ciò che ho provato a fare nel mio contributo al libro Reput'azione in prossima uscita per Maggioli Editore. Partendo da alcune riflessioni su Dove comincia un viaggio. di cui si è parlato anche durante la Social Media Week lo scorso settembre, mi è sembrato opportuno riassumere queste riflessioni e le indicazioni di marketing che ne consuegono, sotto una sorta di neologismo: Brand Reputation Emotiva.
La tecnologia ha, quindi, abilitato comportamenti diversi, presenti da secoli ma non esprimibili in forma diffusa e diffusamente fruibili. La contrapposizione tra turista e viaggiatore è, pertanto, riduttiva. Stiamo assistendo a una evoluzione verso forme di turismo in cui le persone sono progressivamente più attive. Volendo schematicamente sintetizzare, da viaggiatori le persone evolvono in viaggiattori, riguadagnando – grazie al web e alle mole enorme d’informazioni consultabili - un protagonismo di cui il turismo di massa li aveva spogliati, e ulteriormente in viaggiautori, occupando quello spazio digitale che la connessione in mobilità ha dilatato. La produzione spontanea e, spesso, gioiosa di contenuti geolocalizzati, popola le mappe di bit e pixel sotto il peso dei quali si arriva alla progressiva ma completa sovrapposizione dei territori tangibili con quelli digitali ma regalando all’utente, passivo o attivo che sia, una visuale tanto inedita quanto calda. Un pulsare di contenuti rispetto ai quali possiamo porci nella condizione di ascolto o di produzione diretta. (dal libro Reput'Azione - Maggioli Editore)
Nel passaggio, graduale ma progressivo, da pc a device mobile, la comunicazione cambia tono, stile, emozion e e tempi. In sostanza il media cambia qualità e momento del racconto e, di conseguenza, anche la narrazione che ne deriva, muta radicalmente.
Il mondo del turismo comincia ad occuparsi e preoccuparsi della brand reputation informativa, quella relativa alle recensioni come tutti le conosciamo, basate su pulizia, ingredienti, carta dei vini, frutta a colazione, metri quadri della stanza, elenco di eventi, chilometri di spiaggia. È importante. Tardi – in Italia - ci siamo purtroppo accorti che le persone commentavano e, sulla base dei commenti sceglievano. Tuttavia il parametro forse più importante rimane l’accoglienza, un concetto antico che già dall’etimologia (raccogliere presso di sé) coinvolge la sfera dell’affettività afferendo, in certo qual modo, a quello che ho definito brand reputation emotiva di cui pochi ancora si interessano.
Che si tratti di destinazioni turistiche, ristoranti o alberghi, questa è la direzione da prendere. La guerra sulle immagini questo, a mio avviso, dimostra. La posta in gioco è l'emozione.
Rispetto all'articolo voglio aggiungere un estratto (l'introduzione), sempre di Fabio Fornasari, dal precedente libro Viaggi in Rete (FrancoAngeli). Un contributo prezioso che racconta di viaggi verticali. Mi ha aiutato molto nella comprensione di quanto, attraverso le immagini, sta accadendo alla narrazione dei territori.
Chi ha raccontato di aver visto tutto il mondo, dovrà riconoscere che non è vero.
Ha solo 50 anni la prima visione d’uomo del nostro pianeta dallo spazio. La Terra, quella cosa che contiene tutte le visioni del mondo.
Con il suo volo, Yuri Gagarin ha preceduto di pochi anni le foto delle missioni Apollo, che per la prima volta hanno mostrato al mondo una visione completa della Terra vista dalla Luna.
Sono due casi nei quali la visione è stata resa possibile dall’uso di una tecnologia avanzata. In entrambi i casi la visione, per essere provata, è stata fotografata e mostrata. Come dire che il viaggio tecnologico ha bisogno di un supporto di memoria per essere provato.
Il web materialmente è questo: una tecnologia che ci mostra le cose, conservandole all’interno di memorie. Per vederle dobbiamo girarci dentro; in altre parole dobbiamo viaggiare all’interno delle sue memorie, che si trovano su tutta la superficie terrestre, a formare un globo di memorie elettroniche. Una immagine che conosciamo da tempo nella sua forma statica dei computer da tavolo connessi, e che è diventata dinamica, sempre in moto, con gli smartphone.
Il mondo che conosciamo, quello fisico, è completo, finito. Il tema del viaggio esotico non si confronta più con lontane mete geografiche, con forme di vita non comuni. Le nuove frontiere nelle quali si possono compiere dei viaggi sono quelle della ricerca ai due estremi dello spazio: l’infinitamente piccolo – il nanocosmo - e l’universo più profondo – il tempo del Big Bang. Ma si viaggia pure nelle memorie private delle persone.
La rete permette viaggi altrimenti impossibili, in quanto raccoglitore di esperienze e luogo dove raccontare le conquiste dell’umanità e personali.
Come le foto che l’astronauta Paolo Nespoli posta dallo spazio: un racconto fotografico personale e allo stesso tempo una documentazione del proprio lavoro e del proprio viaggio fotografico intorno al pianeta.

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