Il film di Sorrentino, La grande Bellezza, è appena uscito nelle sale ma pare già molto apprezzato. Non l'ho ancora visto e comunque non scrivo di cinema su questo blog. Lo cito perché mi ha colpito la recensione di Leonardo, lo spunto per una serie di considerazioni che con il merito del film hanno poco a che spartire.
Anche quei poveretti che a 60 anni continuano ad andare alle feste e sbracciare sniffare e fare le smorfie: si chiama mondanità. Magari è tutta una sceneggiata anche quella, per turisti che vengono dall'altra parte del mondo e si aspettano il satyricon, si aspettano la decadenza psicofisico-morale, e chi siamo noi per negargliela.
Il sospetto è che anche Sorrentino, regista di grandi ambizioni, sia finito invischiato in una di queste operazioni per turisti.
Voglio soffermarmi su due aspetti.
- L'eventuale legame con gli stereotipi, nella fattispecie del mondo romano, di cui accennavo proprio nel precedente post (queste righe vanno a completamento del discorso iniziato qualche giorno fa). Stereotipi, legami e immaginario collettivo attribuiti (e attribuibili) a precedenti film e che sul nostro turismo influiscono molto. Implicitamente, attraverso un'immagine, ne accennavo già qui. Interessante e condivisibile anche uno dei commenti che propone il tema in una prospettiva sulla quale dovremmo riflettere maggiormente.
D'altra parte, per tutti i film non italiani, gli stranieri siamo noi. Quando noi italiani andiamo a vedere un film cinese, per esempio, vogliamo quei bei film sulla Cina tradizionale, le mogli silenziose e sottomesse che sussurrano dietro porte di carta di riso, i combattimenti del medioevo cinese. Chessò, mi viene in mente uno Zhang Yimou che quando fece Lanterne Rosse era un genio, quando poi qualche anno dopo ha fatto una commedia iper veloce sui giovani della Pechino di oggi (tanto uguali ai giovani di New York, Parigi o Milano) non se lo è filato più nessuno. Insomma, al cinema probabilmente funziona come al ristorante: se vai a mangiare dal cinese ci vuoi gli involtini primavera e non la sua versione di una carbonara.
- L'altro particolare della recensione che ha attirato la mia attenzione è l'accezione negativa con cui viene usata ripetutamente la parola "turisti": menu turistico, sceneggiatura per turisti, operazioni per turisti, etc. Ai turisti viene confezionato un prodotto perfetto per quell'immaginario perché si vende meglio, si vende facile. A prescindere dal fatto che a quell'immaginario corrisponda o meno una vera identità. Un luogo comune che ha radici profonde. Ammesso e non concesso che la realtà sia davvero diversa, è troppo difficile raccontarsi in modo nuovo, raccontare le sfumature, raccontare i cambiamenti. Riassumendo, costruiamo prodotti turistici alimentando proprio quegli stereotipi dai quali vorremmo sfuggire. Una spirale perversa da cui si esce solo a due condizioni: facendo un serio, profondo, faticoso sforzo per riposizionare il nostro brand e, soprattutto, cominciando a restituire al turista la dignità che si merita.

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