Oggi è il 25 aprile e mi piace ricordarlo con le parole di un partigiano di queste parti, Pietro Moracchioli, nome di battaglia Furetto. Io Moracchioli l'ho conosciuto davvero e certi racconti, edulcorati, li ho sentiti dalla sua voce quando ero bambina. Che poi ai bambini rimangono impresse le cose più strane e a me rimase sempre in mente quel nome di battaglia. Lui, uomo magro e minuto rispetto a mio padre, ben incarnava quel nome, la fantasia dei bambini non faceva fatica ad associarlo.
Quello che non conoscevo era la sua origine, il padre anarchico. L'ho scoperto oggi da questo scritto su La Resistenza vadese da cui ho tratto anche i pezzi successivi.
La mia famiglia era di tradizione antifascista; mio padre era un anarchico proveniente da un paesino vicino a Sarzana, Castelnuovo di Magra, da dove se ne partì per andare a lavorare prima presso i cantieri navali di Sestri Ponente come maestro d’ascia e successivamente (nel 1905) presso lo stabilimento Westinghouse a Vado Ligure, come falegname modellista.
I nomi citati sotto sono nomi di persone che incontravo per Vado quando passeggiavo con mio padre. La Resistenza non era poi così lontana, fatta da volti a me noti, uomini e donne (sì anche qualche donna come la moglie di Moracchioli che conoscevo solo come "Miranda", il nome da battaglia; mai ricordato come si chiamasse realmente) con cui scambiavo parole.
Nei giorni successivi, avuta notizia che si era costituito un gruppo in Val Casotto e in Val d’Inferno partii da solo in quella direzione. C’erano qui ufficiali jugoslavi già prigionieri a Garessio dopo la disfatta dell’esercito jugoslavo. Erano stati liberati il 25 luglio; una parte li trovai sotto il Mindino dove avevano costruito una baracca di legno, una specie di avamposto per il gruppo in Val Casotto. Io scesi però più a valle e qui trovai molti amici di Vado, tra cui G. Preteni, R. Barsotti, V. Pes. Qui mi fermai solo alcuni giorni per stabilire dei collegamenti con questo gruppo. Invitai poi i miei amici a venir via per organizzarci in città e quindi lasciai quel luogo. Ritornai a Malpotremo per recupare il mio amico G.Amasio e nonostante la pessima giornata insieme nella bufera ritornammo a casa.
Poi il racconto dell'arresto, del pestaggio e della fuga. Un racconto come ne ho sentiti molti ma quando li rileggi è altra cosa, è sempre altra cosa.
Arrivammo così all’agosto ‘44, mese nel quale, a seguito di un’azione di collegamento con Finale, fui arrestato nella piazza di Vado e portato nella sede dei repubblichini di Villa del Sole. Avendo in tasca dei documenti, per sbarazzarmi dei quali riuscii solo a sbricciolarli e a farli cadere per terra, dalla vigile sentinella fui severamente punito. Avendo poi scoperto che si trattava di istruzioni su come “sminare” la zona di Vado, poi denominata piazzale Marittimo, dove c’era un bunker nel quale pensavamo di andare a prendere delle armi, la milizia tentò in ogni modo di sapere come fossi venuto in possesso di quelle informazioni.
Al mio diniego iniziarono a picchiarmi. Andarono pure a casa mia a cercare, mettendo tutto sotto sopra. La mia casa fu devastata e mio padre e mia sorella arrestati.
Trovarono comunque degli elenchi di gruppi di giovani che avevamo costituito: fortunatamente i nomi di numerosi compagni erano stati intenzionalmente “storpiati”. Questo tuttavia non fermò gli aguzzini che impietosamente si scagliarono contro di me: mi pestarono a turno, mi diedero ceffoni, mi ruppero i timpani, mi schiacciarono il torace con gli stivali, mi minacciarono di farmi bere con l’infernale imbuto. Nel momento in cui chiesero altre cose alla Questura io colsi il momento di questa pausa imprevista per chiedere di andare in bagno. Venni accompagnato da un milite con la pistola in pugno e pur dolorante riuscii a bere e soprattutto a rendermi conto della presenza di un finestrina che dava fuori sul giardino. Dopo essere rientrato mi feci venire una tosse che provocò una fuoriuscita di altro sangue; chiesi di ritornare in bagno. Rischiando la vita, improvvisamente decisi, mentre il sanmarco stava trafficando con la pistola, di aprire velocemente quel finestrino e di buttarmi fuori. Seguirono attimi di panico, di spari, poi il vuoto e finalmente la fuga ansimante e disperata. Mi ritrovai in salvo grazie all’assistenza di una donna che mi fece nascondere in casa sua, mi prestò aiuto e mi fece riprendere i contatti con i miei compagni. Ero finalmente salvo anche se tutto malconcio e quello che contava di più non avevo compromesso i miei compagni.
E infine il felice epilogo, felice ma ferito, sofferenze mai dimenticate che appartengono alla memoria di quei luoghi a me vicini e in qualche modo familiari.
Per certi periodi noi occupammo militarmente alcune zone che avevamo liberato, come Calizzano, Bormida, Oxilia, dove ebbero luogo le elezioni democratiche del C.L.N. locale 44. Ricordo i comizi pubblici che si tenevano in quell’occasione, in particoalre quello tenuto da Gin Bevilacqua sulla piazza di Oxilia.
La costituzione del C.L.N. cominciò a porre il problema dell’occupazione delle terre invase dalla diga di Oxilia e dalla equa distribuzione dei terreni ai contadini locali: si realizzò così una prima esperienza di riforma sociale. Si pose, inoltre, il problema del giusto rapporto colla popolazione, per cui non ci preoccupavamo soltanto delle nostre formazioni, ma anche della vita degli abitanti del luogo, che erano condizionati dalla nostra presenza.
Nell’aprile del 1945, tutte le formazioni, compresa la mia, scesero dalla montagna per liberare Savona, Vado e tutta la costa.
Un racconto asciutto ché noi liguri non siamo mai di molte parole. E anch'io non desidero aggiungere altro.
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